
Ercole Ugo D'Andrea, da "L'orto dei ribes di corallo", Lacaita, 1999
Lecce la morta
Pioviscola, a giugno pioviscola
e vengo a visitarti, quasi di nottetempo,
Lecce la morta
e non mi tolgo neanche i panni di dosso,
gli occhiali, l'unto dalle mani
del garage, per la fretta di testimoniarti,
di stendere questo certificato di morte,
visto che sappiamo parlare solo dei morti,
Lecce la morta, da dove ho scritto cartoline
più belle di te
e così t'ho lasciata che pioviscola
sui vasi verdi delle tue terrazze,
mentre tu hai già sistemato
le tue anche, i tuoi ori,
i tuoi allori no
ché non hai i poeti che ti cantino,
da perfetta defunta quale sei,
e di giorno non sei più tu,
fulminata come sei da un magro
sole bianco, ma che ti fa sudare,
pei tuoi ori riemersi sulle carni,
nei tuoi fiori riapparsi già gualciti,
nelle fioraie tristi, nelle tue banche, i taxisti,
il molle clero, gli eurocomunisti,
nei colombi verdeoro telecomandati, ormai…
È allora che cominci a morire,
nei tuoi santi di pietra,
nella burocrazia arroccata,
Lecce la morta,
specie di domenica, quando c'è la Messa
e la partita,
e quest'anno sali in serie A
mentre io resto qua
e vengo a visitarti solo di notte
perché sei morta da sempre,
nata morta,
defunta come un giglio,
come un volo di colombi
inghiottito da un'oscura
sotterranea feritoia
e ce ne sono mille, centomila, di feritoie,
non solo pei colombi.
Di giorno, quando cominci a morire,
Lecce la morta,
neanche Carlo V
avrebbe saputo mettere un po' d'ordine
livida come sei a metà
tra monastero che non sa pregare
e arena dove soccombe solo
un falso toro di pena.
