mercoledì, 11 novembre 2009

Gianni Brera 1919-1992
Gianni Brera da Storia critica del calcio in Italia, Bompiani, maggio 1978 (I ed.1975) volume I, pp. 45-46.

L’arbitro, poveraccio, è nel pieno del baillame. Una oscura volontà di potenza ne ha spinto l’ambizione a desiderare quella sorte. Generalmente è uno che ha giocato senza riuscire, oppure si è fatto abbastanza male ed è tanto invecchiato da poter corricchiare soltanto dietro i giocatori, non più dietro al ball. Ad ogni trasferta sente le sue: e vive emozioni facilmente apparentabili con il sadomasochismo che la sua funzione comporta.
[…]
Quando anche gli psicologi si interesseranno del fenomeno umano chiamato arbitro, scopriranno che quasi sempre si tratta di un frustrato, uno che ha assoluto bisogno di un transfert per illudersi di esistere e di potere. Nel caso opposto, che è pure frequente, l’arbitro può risultare invece un prepotente, cioè l’esatto contrario del frustrato: gira gira, si tratta sempre di un uomo cui piace far osservare la legge anche a dispetto del prossimo: un intermediario indispensabile che segue i propri umori e, se gli preme vivere, soprattutto quelli della fola che assiste e minaccia dai margini. Che sia cornuto per antonomasia lascia supporre la sua accertata presenza sul campo da un’ora precisa e un’altra ora precisa; ma è quasi inutile aggiungere che la supposizione è propria di persone che conoscono bene le loro donne, anche esse lasciate regolarmente a casa.
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sabato, 07 novembre 2009

Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, Einaudi 2009. Recensione di Daniele Greco
 
All’inizio mi delude questo Riportando tutti a casa. Non perché mi aspettassi qualcosa di analogo a Occidente per principianti ma perché vi leggevo una certa mancanza di intelligenza, del guizzo inventivo e ironico e colto che mi pareva essere il tratto dominante del suo autore. Mi dicevo che pareva un romanzo privo di esperienza, un libro fatto da altri libri. Secondo una koinè stilistica ravvisabile in autori americani che, sulla base delle mie letture, potevano essere De Lillo, Roth e Foster Wallace. Lunghe narrazioni fredde gelide iperoggettive solo a tratti temperate dall’elemento umano declinato secondo i modi rothiani.
A volte ridondante e col gusto eccessivo di fare della similitudine – “come… come… come…” –l’unico modo per raccontare, questo libro trova il suo riscatto a ridosso della metà: nel sesto capitolo. Con l’approssimarsi dell’esaurimento nervoso del padre del protagonista-narratore che scioglie quest’ultimo dal giogo familiare liberandolo dal controllo dell’autorità paterna. È forse il capitolo più bello, quello in cui all’approssimarsi dello shock Lagioia riesce a raccontare in poche pagine l’ascesa e il crollo del genitore quale metonimia di chiunque in quegli anni si fosse dedicato alla ricerca della ricchezza improvvisa. Il capitolo si chiude, non a caso, in questo modo: “Questa atmosfera ebbe l’effetto di stornare ogni tipo di controllo su di me. Suonava il citofono, e in strada c’era Giuseppe con il Red Rose dalla marmitta scoppiettante. Si spalancarono giorni di libertà assoluta”.
È qui che inizia il vero libro di Lagioia. Quello di una narrazione senza un centro in cui le tre vite, quella del protagonista e dei suoi due amici, l’aristocratico Vincenzo e Giuseppe l’arricchito, si mischiano e si confondono consentendo all’autore di realizzare il suo Underworld barese. Dal centro della città alla periferia ci sono poche strade; dal centro murattiano alla più grande piazza di spaccio dell’epoca quale Japigia, lo spazio che si apre a questi giovani e ai loro coetanei non è più quello della lotta politica ma della lenta auto distruzione nell’infernale gorgo delle droghe e di un desolante apprendistato adolescenziale.
Ma, come detto sopra, più che di un centro vero e proprio che potrebbe fare pensare a un romanzo generazionale – mi veniva in mente mentre leggevo Le vie del ritorno di Enrico Palandri – l’intento di Lagioia è quello di lasciare tutte queste tessere narrative (iniziazioni sessuali, droghe, feste tardo adolescenziali, primi impacciati rapporti con l’altro sesso…) così da non esprimere giudizio alcuno, ma regalare al lettore la possibilità di guardare questi anni vicinissimi a noi, quello che chiama in almeno due occasioni il “vuoto pneumatico” prodotto dalla totale disgregazione sociale e civile che è il paese nel quale oggi viviamo.
Lo stile è come detto prima chirurgico, spietato, iperrealistico quasi da non cedere nulla alla leggerezza a volte ironica del libro precedente. Dovendo “riportare tutto a casa” Lagioia pare volere imbarcare ogni istante di quel decennio e del vissuto dai tre protagonisti: quasi a farsi il filologo di una moltitudine spropositata di vezzi, abitudini e mode di quel tempo. Non solo, ma immette i suoi “eroi” nel mezzo della Storia di quegli anni e, se nelle prime pagine la vicenda dell’Heysel poteva essere l’esatto opposto di quello De Lillo in Americana definisce la “guerra” ovvero una vicenda che entrava direttamente in casa dal televisore tutte le sere, i fatti narrati da Lagioia ricadono sulla comunità italiana come l’esatta cesura storica della perdita dell’incanto, della perdita della verginità… La morte in diretta tv come nell’Heysel o Chernobyl trova la sua eco fino a noi, con le macchine dei genitori stipate di ogni genere di consumo nel terrore della contaminazione del grano russo: sono questi i momenti di trapasso da un’età in cui, cessate completamente le ansie di rinnovamento del secondo dopoguerra si ha la consapevolezza con gli ’80 che non solo le cose non miglioreranno ma che si è entrati nel baratro in cui a una fase critica ne segue un’altra in una china irreversibile.
Di tutto questo egli racconta lasciando parlare i fatti, il racconto indivuale e collettivo. Così, nel finale, quando scopriamo dagli ammiccamenti del narratore che il suo racconto di quegli anni è frutto di una ricerca recentissima in cui a cercare le tracce dei suoi amici d’un tempo si è messo di mezzo google, facebook e myspace, Lagioia accenna senza sentenziare l’inesorabile destino meridiano, quello dell’immobilismo: le colpe dei genitori non ricadono, né vengono espiate dai figli. Solo, pare che ad essi non sia consentito altro che perpetuare le esistenze dei loro predecessori.
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giovedì, 05 novembre 2009

A guardare la fine del secondo tempo di Dinamo Kiev-Inter, davanti a uno sponzafrise gocciolante, ho pensato che forse sotto sotto ci vuole poco ad essere Mourinho. Basta fare l'allenatore normale per tutta la settimana - discettando di 4-4-2 o di 4-3-1-2 con Schneider che sta risuscitando nel campionato italiano il ruolo di trequartista defunto dai tempi in cui Roberto Baggio giocava con le Rondinelle allenate da Carletto Mazzone - salvo prendere tutti gli attaccanti che si hanno in panca e gettarli nella mischia non appena l'avversario passa in vantaggio.
Ieri sera pensavo questo e stamattina Fabrizio Bocca mi ha regalato la conferma delle mie impressioni in questo bell'articolo che segue

Lo stregone Mourinho
Nei momenti difficili il tecnico dell'Inter si affida più all'istinto che alla tattica. Tanti attaccanti e tanto cuore: così la squadra nerazzurra ha compiuto l'impresa a Kiev che apre scenari importanti in Europa di FABRIZIO BOCCA

KIEV- Da oggi potremmo chiamarlo "metodo - Mourinho" - e non è il solito decalogo alla Capello che si recita in questi casi, telefonini vietati a tavola, multe per i ritardatari etc - questo è un metodo altrettanto scientifico che funziona benissimo soprattutto quando si accoppia perfettamente con la "zona Mourinho". Il primo consiste in una maniera molto particolare di risolvere le partite: molto più simile a un oratorio altamente specializzato che all'esame di tattica applicata all'Università di Coverciano. Quando te la passi male, quando stai per perdere tutto giocatela d'istinto: alcuni dicono alla buona, buttala in caciara. Dentro tutti gli attaccanti che hai, rimescola a più non posso la squadra così che l'avversario creda che tu sia impazzito, e raccomada a tutti "Mettetila dentro, per carità".

La "zona Mourinho" invece è credici fino all'ultimo, non arrenderti mai, tenta il tutto per tutto, gettati su ogni pallone come se fosse l'ultimo. L'ha detto anche Josè in persona: "In campo abbiamo lasciato denti e cuore". Ed è vero, così è successo a Kiev: a cinque minuti dalla fine l'Inter non solo aveva perso la partita ma aveva seriamente compromesso la Champions League. E già Mourinho sentiva ronzare gli avvoltoi. Alla fine era prima in classifica, davanti persino al Barcellona campione d'Europa. Sarà pure un girone complicato e infido quello con Barça, Dinamo Kiev e Rubin Kazan, un misto della potenza spagnola e delle imprevedibili squadre dell'Est, ma talmente corto ed equilibrato, che ti consente pure soddisfazioni del genere. L'Inter adesso, col suo pedigree un po' stropicciato da grande d'Europa, ma pur sempre grande squadra, guarda addirittura oltre il girone di qualificazione e Mourinho fatica perfino a tenere a freno il vulcano che lui stesso ha acceso. Bravissimo a fare i conti: "Ci servono altri tre punti ed è fatta". Insomma fino al match col Rubin Kazan a San Siro bisogna rimanere a testa china. E magari cercare di afferrare il primo posto, così da evitare gli errori e quindi il brutto sorteggio, dello scorso anno.
continua
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sabato, 24 ottobre 2009
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venerdì, 02 ottobre 2009


Conversazione in una Puglia “reaganiana”
di Luca Mastrantonio, Il riformista, mercoledì 30 settembre 2009.
Sull'ultimo romanzo dell'ottimo scrittore barese Nicola Lagioia. Il libro è 
 Riportando tutto a casa, Einaudi, 2009.

 

 

NICOLA LAGIOIA. Un convincente romanzo di formazione e di perdizione, per ritrovare il senso dell'appartenenza a un Paese, l'Italia, attraversato da sogni catodici (tv commerciale) e spettacolari tragedie collettive (Heysel). Famiglie in lotta per un successo personale che spesso miete vittime tra i più piccoli, che un giorno si vendicheranno. Sui figli degli altri.

 

Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia, da oggi in libreria per Einaudi, è un viaggio nella Bari degli anni ’80, quando l'italica periferia dell’impero americano viene invasa dell’edonismo reaganiano. Filtrata, con nostalgia ma senza malinconia, attraverso la Bari di oggi, quella dei sopravvissuti, tra cui il protagonista, la voce narrante. Festini, droga, ragazze, appalti, faccendieri... suona familliare? Il romanzo involontariamente irrompe nell'attualità, mostrandoci però la struttura profonda del nostro paese, non la superficie.

Antropologia, non gossip. Tanto per tagliare la testa al toro, non figura mai la parola Berlusconi, né i suoi derivati. Eppure, è proprio la storia di come lo siamo diventati tutti, guardando le televisioni del Biscione, sognando di essere come Agnelli, applicando con euforia da anni ’80 l’imperativo egotico del ’68 e degli anni ’70: la fantasia al potere e il diritto ad avere tutto e subito. Lagioia produce, in un paio di paragrafi, la migliore fenomenologia di Drive in e il suo impatto sulle menti italiane, dalle più sane alle minorate. La grande risata che continua a seppellirci, in forma di un presidente del Consiglio che racconta barzellette orribili e, a volte, incarna egli stesso una barzelletta.

Se Drive in è il cavallo di Troia, della «Cosa nuova» («non si chiamava ancora televisione commerciale»), Antonio Ricci è il novello Ulisse. «Durante il Maggio francese aveva avuto diciott’anni, e aveva naturalmente manifestato e ciclostilato e cineforumizzato e solidarizzato con il lancio delle uova alle prime della Scala… il suo programma degli anni Ottanta non fu il tradimento della sua vita precedente, semmai al contrario la sua realizzazione più profonda – così come ci si era avvolti nel vento caldo della contestazione, adesso si tendevano le vele per sfruttare il vento gelido, che di quel vento caldo era stato il mandante, il vero soffio d’alimento».

continua
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