
Osvaldo Soriano (1943-1997)
da Pensare con i piedi (Cuentos de los aňos felices, 1994), Einaudi 1997, pp.187-189.
Peregrino Fernàndez, el Mister
Peregrino Fernàndez lo chiamavamo el Mister perché veniva da lontano e perché diceva di avere giocato e di avere allenato a Cali, città colombiana che in quel paese della Patagonia risuonava misteriosa e suggestiva come Strasburgo o Istanbul.
Dopo averci visto giocare una partita che perdemmo per tre a due o quattro a tre, non ricordo bene, mi chiamò da parte durante l’allenamento e mi domandò:
- Quanto le danno per ogni goal?
- Cinquanta pesos, - gli dissi.
- Bene, da adesso ne guadagnerà altri duecento, - mi annunciò e il cuore mi balzò in gola perché avevo solo diciassette anni.
- Molte grazie, - gli risposi. Cominciavo già sentirmi grande come Sanfilippo-
- Sì, ma dovrà lavorare di più, - mi disse subito, - perché io la schiererò a terzino.
- Ma come, a terzino? – gli dissi, credendo che fosse uno scherzo. Avevo giocato tutta la vita a centravanti.
- Lei non è molto alto ma colpisce bene di testa, - insistette; - nella prossima partita giocherà a terzino.
- Mi scusi, non ho mai giocato in difesa, - dissi. – Oltretutto così, finisce che perderò i soldi.
- Lei scatti in contropiede e se colpisce di testa si coprirà d’oro. Ho bisogno di un uomo che si faccia rispettare in difesa. Quel ragazzo che ha giocato ieri è una mammoletta.
La mammoletta a cui si riferiva era Pedrazzi, che in quel campionato si era già beccato tre espulsioni per gioco scorretto.
Molti anni dopo, l’allenatore Juan Carlos Lorenzo mi disse che tutti tecnici che sono sopravvissuti hanno avuto fortuna. Peregrino Fernàndez non ne aveva ed era ostinato come un mulo. Mise in piedi una squadra insolita, con tre difensori in zona e un altro – io – che dovevo andare in avanti a rompere il gioco. A quell’epoca, queso era rivoluzionario e cominciammo a pareggiare zero a zero con i migliori e con i peggiori. Pedrazzi, che giocava arretrato, mi insegnò a far perdere l’equilibrio agli attaccanti per poi poterli bloccare meglio. «Toccalo!», mi gridava e io lo toccavo e subito dopo si sentiva l’urto contro Pedrazzi e il grido di dolore. A volte ci espellevano e perdevo soldi e così e così rovinavo la mia carriera di goleador, ma Peregrino Fernandez mi pronosticava un futuro nel River o nel Boca.
Quando saltavo per colpire di testa sui corner o sulle punizioni, mi rendevo conto di come al porta risultasse diversa se uno è attaccante o difensore. Anche se si aspetta il pallone nello stesso posto, il punto di vista è diverso. Quando un difensore passa all’attacco è segretamente intimorito, pensa di aver lasciato la difesa indebolita e chi può dire se le marcature sono certe. Il tiro di testa del difensore è astioso, scaltro, sleale. Almeno io l’intendevo così perché non avevo l’animo del terzino e un brutto pomeriggio mi venne in mente di dirlo a Peregrno Fernàndez.
El Mister mi guardò con tristezza e mi disse:
- Lei è giovane e può sbagliare. Io non posso permettermi questo lusso perchè dovrei rifugiarmi nella foresta.
Andò proprio così. Nel giro di poco tempo tutti si misero a giocare come noi e i migliori tornarono a essere i migliori. Una domenica perdemmo tre a uno e quella dopo due a zero e poi continuammo a perdere, ma El Mister diceva che stavamo acquistando esperienza. Non riuscivo a prendere la palla, non arrivavo in tempo sui cross e di continuo finivo a terra rotolando come un pagliaccio, ma lui diceva che la colpa era dei conterocampisti che giocavano come dame di carità. Li chiamava così: dame di carità. Quando perdemmo il derby del paese per tre a zero la gente voleva ammazzarci e i pompieri dovettero entrare in campo per difenderci.
Peregrino Fernàndez scomparve da un giorno all’altro, ma prima di andarsene lasciò un messaggio, scritto sulla lavagna con una grafia pesante e abborracciata: «Quando Soriano giocherà in una squadra senza tante scamorze sarà un fuoriclasse». Più sotto, in caratteri piccoli, ripeteva che Pedrazzi era una mammoletta senza futuro.
Io ero la sua creatura, la sua creazione immaginaria, e si rifugiò nella foresta o sulla cordillera piuttosto che ammettere di avere sbagliato.
Non ho più avuto sue notizie ma sono certo che con il passare degli anni, non vedendomi in nessuna squadra importante, deve aver pensato che il mio fallimento fosse dovuto, semplicemente al fatto che non ero più tornato a giocare in difesa. Ma quello che deve avergli fatto più male dev’essere stato sapere che Pedrazzi andò a giocare nel Torino e diventò uno dei migliori difensori centrali d’Europa.

LUIGI MALERBA, Il pianeta azzurro, 1986, pp. 138-141.
Dal memoriale di Demetrio:
Se non gli sparo sono un vigliacco, cento volte mi dico sei un vigliacco, sei un verme anche tu se non gli spari. Spara, non avere paura di sparare, spara spara. Stringo i denti e i pugni, non credevo di poter odiare tanto un essere vivente, questo è il cosiddetto odio mortale di cui spesso si sente parlare. L’odio che uccide. Mi piacerebbe schiacciarlo con il tacco della scarpa quel verme e vederlo schiacciato sulla polvere della strada. Eppure l’ho visto solo in fotografia sui giornali e quando lo vedo in televisione cambio canale. Una volta sola sono rimasto lì a guardarlo come ipnotizzato e mi dicevo ma guarda che faccia unta, che orrore, mi sembrava che avesse la bava agli angoli della bocca e mi facevano schifo perfino i suoi occhiali. Lui sta lì seduto e sudato, parla lentamente con la sua voce nasale per dare importanza alle parole che dice. C’è un presentatore con la faccia da porco che fa continuamente dei piccoli inchini come un servitore, gli domanda se in casa sua hanno sofferto per il rialzo dei prezzi e allora il Professore dice di sì, che anche lui mangia meno carne da quando costa così cara. E il presentatore con la faccia da porco invece di sputargli in faccia fa un altro piccolo inchino e poi si volta verso gli spettatori come per dire vedete, anche lui deve risparmiare, non può comprare la carne perché costa troppo cara, lui il Professore, il padrone di migliaia di miliardi, proprietario fra le altre cose di una catena di macellerie a Roma, lui mangia meno bistecche, deve accontentarsi di un piatto di fagioli o di fave.
Possibile che ci sia ancora gente che gli stringe la mano a un simile macellaio? E invece ci sono ministri che gli stanno intorno e lo prendono a braccetto e ci chiacchierano insieme, si vede che sono dei delinquenti come lui anche loro, non c’è altra spiegazione. Ma no, se non fosse così potente molti gli sputerebbero in faccia e invece dicono ma guarda come è simpatico e intelligente il Professore, e come è spiritoso. Lo trovano anche spiritoso. Ministri sottosegretari senatori deputati cardinali vescovi banchieri palazzinari gli stanno tutti intorno perché sanno che con lui si possono combinare degli affari, non con lui direttamente si capisce ma con i suoi aggregati. Nessuno dice con un verme come te non ci voglio parlare. Ma lasciamo stare i ministri i sottosegretari i senatori i deputati i cardinali i vescovi i banchieri i palazzinari che sanno tutto e fanno finta di niente, che sono infetti come lui dalla malattia del denaro, lire dollari e franchi svizzeri, io mi domando invece un’altra cosa. Possibile che su quaranta milioni di italiani adulti non ci sia uno che abbia il coraggio di sparargli una rivoltellata in fronte? Lasciamo da parte la mafia, la camorra e i terroristi che sono suoi alleati e sparano ai magistrati o ai comandati dei carabinieri, ma tutti i mariti che sparano alla moglie o viceversa, o quegli altri che sparano a un amico per futili motivi, perché non c’è nessuno che gli spara? Perché devo essere io a sparare su quaranta milioni di Italiani? Nessuno risponde, silenzio generale. Caligola Nerone Domiziano Eliogabalo erano feroci e sanguinari, ma erano fantastici e il denaro lo sperperavano allegramente. Eliogabalo spargeva la polvere d’oro nelle strade. Lui esporta capitali, continua a rubare e a nascondere i miliardi nei suoi conti cifrati all’estero, investe in Canada in Svizzera in Spagna in Austria, ma in Italia fa solo speculazioni e incassa tangenti.
La sua guancia è segnata da una ruga speciale, la cosiddetta riga del dollaro. Ce l’hanno solo quelli ce maneggiano tantissimo denaro, non soltanto dollari ma anche sterline marchi franchi e lire italiane. Questa ruga, che ha la forma di una S con accennati anche i due segni verticali del dollaro, l’ho scoperta la prima volta nei ritratti dei grandi banchieri, finanzieri e industriali come i Morgan, i Rotschild, i Rockfeller, i Krupp, i Getty, i Falck, gli Agnelli, i Pirelli, e qualche altro, ma ce l’aveva anche il defunto Scià persiano, il dittatore Péron, parecchi Emiri del petrolio, alcuni banchieri svizzeri che vivono quasi nell’anonimato. Ce l’hanno certi uomini politici che hanno approfittato del loro potere per impossessarsene di enormi fortune, parecchi sudamericani ma anche europei, e ce l’hanno di sicuro almeno quattro uomini politici italiani, ma non posso fare i nomi. Basta guardarli attentamente quando si fanno vedere in televisione.
Uno di questi quando era ministro delle finanze ha fatto speculazioni sulla lira e ha depositato nelle banche di New York parecchie decine di miliardi. Un altro ha fatto affari giganteschi con il traffico delle armi in società con i grandi trafficanti internazionali, un altro ancora è diventato non si sa come proprietario di tutti i terreni da Cinecittà fino ai Castelli Romani e poi è morto altrimenti sarebbe diventato proprietario di tutta Roma, escluso il Vaticano. Questa ruga del dollaro sulle guance il Professore che l’ha molto visibile e marcata soprattutto quando sorride. Forse è per questo che sorride di rado. Uno scrittore francese ha scritto che ogni cittadino dovrebbe avere il diritto di sparare a vista e senza licenza di caccia su tutti gli uomini politici a tiro di fucile, che ogni assassinio politico è un’opera di salute pubblica, e fa sorridere di felicità
In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?
di Cristiano de Majo (foto presa da qui)
Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.
Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).
Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori - Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.
D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.
Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.
Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.
Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».
Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.
Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi.
È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.
Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.
In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.
Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.
La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera.
Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.
E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.
Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum.
Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione5 ce fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un Paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.
Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.
Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?
© Cristiano de Majo
Articolo pubblicato sul mensile Diario, aprile 2009, anno XIV n.6
Cristiano de Majo è nato a Napoli nel 1975. Ha pubblicato tre libri: il racconto lungo Sistema elefante (Punctum, 2007); la raccolta di reportage, scritta con Fabio Viola, Italia 2 - Viaggio nel paese che abbiamo inventato (minimum fax, 2008); il romanzo, scritto con Francesco Longo, Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza, 2008). Ha scritto racconti, saggi e reportage per «Internazionale», «Diario», «Velvet», e per varie riviste letterarie. Ha partecipato alle antologie best off 2005 e Voi siete qui edite da minimum fax.
Il tecnico di Torino, attuale CT della nazionale di volley della Finlandia, interviene sulla stampa del Paese dei Grandi Laghi in merito alle dichiarazioni del Premier italiano sulla "Chiesetta finlandese...". Suomen lentopallovalmentaja tyrmää Silvio Berlusconin il titolo del servizio sul sito del quotidiano finlandese Ilta Sanomat che nella sua versione cartacea apre con due pagine

KUORTANE (Finlandia) - Devo essere onesto. Devo ringraziare Silvio Berlusconi. Ogni volta che apre bocca è capace di farmi pensare. È splendido, credetemi. E’ come un esercizio: lui parla, io penso.
Nelle ultime settimane ha costretto noi italiani a pensare molto spesso.
Voglio raccontarvi un segreto. Noi, italiani, abbiamo delle opinioni.. voglio dire: abbiamo delle opinioni individuali! E anche se il sig. Berlusconi (parlando di se stesso) dice che il 75% di noi è con lui, che pensa come la pensa lui, che lo ama, beh, magari questo non è esattamente vero e, in ogni caso, c’è ancora un 25% di speranza. Non è così male…
Comunque c’è un fatto: questa è la mia quinta estate finlandese come allenatore della nazionale maschile e ho scoperto un posto meraviglioso proprio grazie a Silvio Berlusconi! E’ in Finlandia, molto vicino a Jyvaskula.
Domenica io e il mio staff italiano siamo andati alla Vecchia Chiesa di Petäjävesi (clicca qui). Una meravigliosa vecchia chiesa di legno costruita fra il 1763 e il 1764. Pochi chilometri prima di arrivare ci siamo fermati per un caffè e il proprietario del “grilli” sentendoci parlare ci ha chiesto: "siete italiani? Sapete quello che Berlusconi ha detto della nostra chiesa?". (clicca qui).
"Si, lo sappiamo - gli ho risposto - ed è esattamente per questo motivo che siamo qui!"
E’ curioso che non si è ancora del tutto certi che la chiesa citata da Berlusconi fosse proprio quella, ma non importa: non possiamo chiedergli tutto! E’ molto impegnato, non può ricordarsi di tutto. Persino più divertente scoprire che Berlusconi non è mai stato in visita ufficiale in Finlandia. Ma anche se la chiesa che Berlusconi aveva in mente fosse stata in Islanda, in Norvegia o in Svizzera io Ho trovato la vecchia chiesa di Petäjävesi, scelta dell’Unesco come Patrimonio mondiale dell’Umanità! (clicca qui) Credo di non dover neanche descrivere la vecchia chiesa di Petäjävesi. Una meravigliosa chiesa in un posto incantevole di questa incantevole nazione. E’ un capolavoro, tutto qui.
Naturalmente noi esseri umani abbiamo reazioni diverse di fronte ad un capolavore. Va benissimo, nessun problema, fortunatamente siamo diversi! Davanti a un capolavoro ognuno può sentire o meno la forza dell’artista. E’ una specie di attrazione magnetica. Può scattare o no. Se scatta il capolavoro regala parte della sua forza a chi lo guarda. Se non scatta, il capolavoro non ci rimette niente.
Ho visto un sacco di capolavori in Italia. La mia nazione è meravigliosa, piena di storia, arte, monumenti, chiese. Sono molto orgoglioso della storia del mio paese. Sono molto orgoglioso di essere italiano.
Voglio solo sognare di poter essere rappresentato in tutta Europa dai nostri capolavori. Berlusconi non è esattamente uno di questi. Non sono affatto orgoglioso di lui. Lui non mi rappresenta.
Sono anche molto orgoglioso di amare la Finlandia così tanto. Ho scoperto un paese meraviglioso nell’estate del 2005 e sto ancora scoprendo persone meravigliosi, posti indimenticabili, una natura da togliere il fiato. Domenica ho scoperto un capolavoro dell’umanità da togliere il fiato.
Quella chiesa in legno non è finlandese. E’ proprietà del genere umano. Esattamente come la Cappella Sistina a Roma, un quadro di Van Gogh, un libro di Hemingway, un goal di Maradona. Capolavori del genere umano.
Qui in Finlandia voi realizzate un sacco di cose con il legno. In Italia abbiamo un famoso burattino di legno, con una testa di legno bella dura e con un naso che si allunga sempre di più quando il burattino non dice la verità.
Io mi scuso per una dichiarazione stupida.
Sono italiano. Sono un cittadino d’Europa. Ma oggi lasciatemi essere anche finlandese e orgoglioso cittadino di Petäjävesi.
Per vostra informazione il nome del burattino..non è Silvio, ma Pinocchio. Qualche volta gli umani hanno la testa più dura dei burattini di legno.
Mauro Berruto
Head Coach of Finnish Men’s National Team
L'articolo pubblicato sul quotidiano finlandese Ilta Sanomat clicca qui

Talvolta una febbre si impadroniva di lui e lo portava a vagabondare nella sera per il viale tranquillo. La pace dei giardini e le luci benevole alle finestre gli versavano un tenero influsso sul cuore irrequieto. Il rumore dei ragazzi che giocavano lo disturbava e le loro voci sciocche gli facevano sentire, anche più acutamente che non avesse sentito a Clongowes, che lui era differente dagli altri. Non aveva desiderio di giocare. Aveva desiderio d’incontrare nel mondo reale l’immagine incorporea che la sua anima contemplava tanto costantemente. Non sapeva dove cercarla o come, ma un preannuncio che lo guidava gli diceva che questa immagine, senza nessun atto aperto da parte sua, gli sarebbe venuta incontro. Si sarebbero incontrati tranquillamente come se si fossero conosciuti e avessero fissato il loro convegno, forse a uno di quei cancelli o in qualche luogo più segreto. Sarebbero stati soli, circondati dall’oscurità e dal silenzio: e in quell’attimo di tenerezza suprema Stephen sarebbe svanito, sotto quegli occhi, in qualcosa d’impalpabile e poi, in un attimo, si sarebbe trasfigurato. In quel magico istante la bellezza, la timidezza e l’inesperienza sarebbero cadute da lui.
James Joyce, Dedalus. Ritratto dell'artista da giovane, Adelphi, 1995 (trad. Cesare Pavese), pp.88-89.

agosto 1961
L’unica strada è il silenzio. E nella strada è la corsa. Poiché, per chi è già perduto, la sola salvezza è non fermarsi mai. Chi si ferma è perduto? No, chi è perduto non si ferma e non può fermarsi. Oh! se avesse un minimo di volontà chi è perduto! La volontà di fermarsi. Guai! L’umanità di questo secolo non glielo permetterebbe mai. Si farebbe notare, verrebbe ucciso dagli altri che corrono, dagli altri perduti che non hanno volontà di fermarsi. Si deve tacere, si deve correre.
Non parlo ai vigliacchi: Io parlo ai perduti.
Chi è perduto ha da correre sempre. La strada è talmente lunga… non se ne conosce la fine. Due muri altissimi la stringono ai lati.
Correndo, guardate a destra o a sinistra, se ci fosse (chissà… la speranza) un andito vuoto, un angolo dove potervi fermare, un cunicolo rimasto vuoto della statua di un qualche ladrone, guardate sempre a destra o a sinistra, e, se lo trovate, fermatevi di botto entrate in quel vuoto, accucciatevi dentro e continuate a tacere.
La speranza si chiama cunicolo: arrivare infine a tacere stando fermi, arrivare a fermarsi tacendo. Questa è la speranza. Non pensate alla Chimera.
La Chimera sarebbe trovare il cunicolo, accucciarsi, riposarsi, e infine parlare. Ma non è e non sarà.
Correte e tacete e pensate alla speranza. Solo alla Speranza. La Chimera non è, non sarà…
stop
A. DELFINI, Autore ignoto presenta, Einaudi, 2008, pp. 330-331.

Gianni Mura, Giallo su giallo, Feltrinelli, 2007, pp. 225
Gianni Mura è uno scrittore di sports e di vini come ce ne sono pochi in giro. Nel suo Giallo su giallo (Feltrinelli, 2007) i colori che si fondono sono quelli della Grand Boucle e quello per eccellenza dei romanzi polizieschi. Il suo "giallo" sul Tour è solo un pretesto per far valere alcune doti di scrittore che, spesso, i cronisti sportivi tengono nascoste come fossero le piaghe della lebbra. Chi scrive bene di sport è sempre un grandissimo scrittore: sfido chiunque a dimostrare il contrario. Lo sport non accetta imperfezioni, imprecisioni, sbavature, dimenticanze. E non perchè su di esso valgano le regole della cronaca, il come, il cosa, il quando, ecc. Lo sport è l'unico spettacolo autentico dei nostri tempi: l'unica realtà incontrovertibile, misurabile, enumerabile nelle sue sfaccettature. Lo sport è fatto di metri, di centimetri, di punti: pertanto uno in più o uno in meno non sono affatto indifferenti nel resoconto finale che se ne fa. Mura mescola un'estate al Tour con una serie di omicidi inspiegabili, dosa in modo sapiente la realtà vissuta dal protagonista omonimo e gli articoli sulle corse dettati per telefono al giornale per cui lavora. Il tutto annaffiato con bevute e mangiate a spasso per la Francia che sono tra le parti più originali del libro.
Non può mancare un commissario di polizia, a questo punto, ed ecco Magrite, metà Magritte e metà Maigret - come scrive Mura, - che apparirà e scomparirà nei momenti topici rivelando un aspetto poco poliziottesco e quasi da "compagno mancato" di un'accolita di giornalisti beoni, sghignazzanti e sempre maledettamente vitali! Il finale è tutto da gustare, ma il fatto più sorprendente per chi legga questo giallo scritto da un giornalista sportivo è nella passione per il vino. La stessa che si potrebbe parafrasare da alcune parole di Luciano Bianciardi su Gianni Brera, messe da Massimo Raffaeli in un libro su Brera: G. B. è più bravo come scrittore. Poi viene il gastronomo. Ultimo il giornalista. E' un mestiere cui è costretto dal bisogno. Luciano Bianciardi (1971)*
*tratte da G. Brera, Il più bel gioco del mondo, Bur, 2007 (a cura di M. Raffaeli), p. 7
MASSIMO GRAMELLINI dalla sua rubrica "Buongiorno" su "La Stampa" di sabato 18 aprile
Meno male che Silvan c'è
“L’ultimo caso di uso criminoso della tv pubblica ha per protagonista il mago Silvan, sì proprio lui, quello che da cinquant’anni lancia messaggi in codice: «Sim-sala-bim». Nel corso di Domenica In, il vecchio illusionista comunista (tutti ricordano quando si fece rinchiudere nella tomba di Lenin e dopo due ore ne uscì Fassino) agita la bacchetta magica sotto gli occhi compiaciuti della conduttrice Lorena Bianchetti. «Poi la presteremo a Berlusconi» sussurra, alludendo (immagino) a una frase del premier, «Non ho la bacchetta magica», riferita ai tempi di ricostruzione dell’Aquila.
A nessuno sfugge il codardo oltraggio. Di sicuro non alla Bianchetti che, non potendo sbianchettare il mago, provvede seduta stante a imbiancare se stessa, trasformando il bel sorriso di poco prima in una maschera di cera. Mentre l’ignaro Silvan continua il giochino di prestigio, la sventurata placa con ampi gesti un funzionario che dietro le telecamere le sta gridando di strozzarlo in diretta. Appena il mago finisce i sim-sala-bim, lei lo affronta a muso duro: «La tua battuta è assolutamente personale». E parte in quarta con un monologo sull’impegno delle istituzioni nella tragedia. Ma la cosa più straordinaria non è il monologo della Bianchetti. È la faccia di Silvan. Si guarda intorno, alla ricerca di qualcuno che gli spieghi se si tratta di uno scherzo o di una puntata-pilota del «Lecchino d’oro». Davanti allo schermo, osservo la sua bacchetta magica con nostalgia. Mago della mia infanzia, ti prego, fammi scomparire in un mondo di schiene dritte”.
Imputato Celine, voi siete assolto!
di Ernesto Ferrero, da Tuttolibri de La Stampa del 4 aprile 2009
La guerra, il colonialismo, le catene di montaggio, il degrado delle metropoli...Viaggio al termine della notte è probabilmente il romanzo che meglio d’ogni altro rappresenta i drammi del Novecento, e con una dirompente novità stilistica, la cui forza è ancora oggi intatta. Come è possibile che il suo autore, Louis-Ferdinand Destouches in arte Céline, il caritatevole medico dei poveri, abbia scritto tra il 1935 e il 1941 tre pamphlet che contengono deliranti invettive antisemite? Come è possibile che l’onesto dottor Jekyll si sdoppi nel mostruoso Mr. Hyde, che denuncia nelle lobbies ebraiche l’icona stessa del Male che avrebbe sommerso il mondo?
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